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Caro Vincent, sicuramente non mi conosci ma, vicino al tuo grande dolore, ho deciso di scriverti una lettera, che spero tu possa leggere, qui o in Cielo. Spero di non sembrarti arrogante se userò affermazioni un po’ forti, ma ti chiedo, se ne avrai la possibilità, di rispondermi con sincerità, qui o in Cielo. Mi chiamo Pier Giorgio (di battesimo Pierre, come tuo padre), sono un frate domenicano a favore della vita, esattamente come i tuoi genitori, definiti per questo «cattolici integralisti»1. Ho avuto mio padre in condizioni molto simili alla tua, per poco meno di sette anni, e alla fine è mancato lo scorso marzo. Ti confido che ho sempre considerato la vicenda di mio padre come un’esperienza della Grazia, e per tanti motivi. In primo luogo perché mi è servita come passepartout per dire la mia su situazioni come la tua: sai, oggi si dice che «bisogna aver fatto esperienza prima di giudicare» e io mi sono sempre divertito a zittire chi mi faceva questa obiezione; però scusami, tu per capire e aiutare i malati psichiatrici nell’ospedale dove lavoravi dovevi condividere il loro squilibrio mentale?! Il tuo dolore è grande, continuo, incalcolabile (come la vita del resto), e io l’ho a mala pena intravisto negli occhi di mio padre in questi lunghi anni vicino a lui; tuttavia mi è capitato di leggere questo bel passo del Vangelo, che vorrei condividere con te:

«voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla»2.

Davvero il dolore non ha senso? Va sempre evitato? Può essere sempre evitato? Perché a me sembra che, nonostante le tante promesse che ci fanno, mi sembra un’offesa bella e buona che per risolvere il dolore della vita occorra togliere la vita. C’è un bellissimo film, intitolato The Tree of Life3, in cui una donna che ha perso tragicamente un figlio si sente dire «il dolore passerà», e lei risponde «non voglio che passi!». Mi ha molto commosso questa affermazione, perché temo riveli che spesso la Verità si nasconde nel dolore. Un’ultima questione: spero tu non ti offenda, ma vorrei chiederti una cosa in tutta sincerità: tu puoi decidere della tua vita? La mia vita e la tua sono davvero nostre? Perché, sai, ti posso garantire che mio padre ha continuato ad insegnarmi – e a volermi bene – anche e soprattutto quando è rimasto per anni su un letto di ospedale. Ti faccio un esempio. Io e la mia famiglia eravamo andati, come di consueto, a trovarlo, steso, inerte, a mala pena comunicava con gli occhi; al che, delusi, siamo usciti dalla stanza, e proprio in quel momento lui ha iniziato a piangere; un gesto semplice, naturale che mi ha ricordato chi sono e a Chi devo tendere la mano:

«Se io sto annegando in un fiume vorticoso, – dice C. S. Lewis – un uomo che ha un piede sulla riva può tendermi una mano e salvarmi la vita. Dovrei gridargli: “No, non è giusto! Hai un vantaggio… stai con un piede sulla riva”? Quel vantaggio – chiamatelo “sleale”, se volete – è la sola cosa che gli permette di essermi utile. Da chi cercheremo aiuto se non da chi è più forte di noi?»4.

Non ti pare ingiusto che, mentre tu stai annegando, qualcuno voglia «lasciarti andare» per salvarti? Ma che scelta è? Tra tutti i cavilli giuridici che ti stanno strattonando in questi giorni per toglierti «legalmente» da mangiare e da bere, non ti sembra più liberante quello che ci suggerisce la buona vecchia Chiesa cattolica, cioè che siano la Verità e il Bene a istituire la libertà e non viceversa5?

Vuoi sapere cosa ne penso di tutta questa faccenda? Che la realtà o diventa un’occasione di conversione, o diventa un ricatto infernale. Ogni esperienza di conversione comporta, e te lo dico con molta convinzione, il dolore, sia esso fisico, morale o spirituale. Una delle avventure più sconvolgenti fatte in questi ultimi anni è stata la scoperta che Dio mi parla proprio attraverso il dolore, che come tale va accettato… La Chiesa nella storia non si è mai stancata di dire questa sacrosanta Verità, anche e soprattutto al cuore dell’esperienza umana del dolore. San Giovanni Paolo II ci diceva che

«si potrebbe dire che la sofferenza […] sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio “io” in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti. […] La sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella “civiltà dell’amore”. In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva. Le parole di Cristo sul giudizio finale permettono di comprendere ciò in tutta la semplicità e perspicacia del Vangelo. […] Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza»6.

E la fede in tutto questo? Non è certo la soluzione all’imprevedibilità della vita, quanto piuttosto la luce per andare a fondo degli imprevisti, soprattutto la cosa più imprevista e non voluta tra tutte, il dolore:

«La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo. […] La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino. All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce. In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce. Cristo è colui che, avendo sopportato il dolore, “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2)»7.

Dammi retta, caro Vincent, stai con mamma e papà, se ti uccideranno muori con Cristo, se ti libereranno vivi e soffri con Cristo, ma ti prego, non fare mai e poi mai quello che ti senti di fare, tieni semplicemente gli occhi aperti e falli brillare di Dio. Il tuo amico e fratello in Cristo,

fra Pier Giorgio


1 Piccinini P., Smettetela di chiamare «cattolici integralisti» i genitori di Vincent Lambert, 22 maggio 2019, https://www.tempi.it/smettetela-di-chiamare-cattolici-integralisti-i-genitori-di-vincent-lambert/, consultato in data 05 luglio 2019.

2 Gv 16,20-23.

3 Malick T., The Tree of Life, Stati Uniti – Italia, 2011.

4 Lewis C.S., Il cristianesimo così com’è, Piccola Biblioteca Adelphi, 395, Adelphi, Milano 1997, pp.87-88.

5 Per quanto riguarda l’insegnamento della Chiesa sull’eutanasia, cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276 ss.: «Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. […] Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta […] è moralmente inaccettabile. Così un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere».

6 Papa Giovanni Paolo II, Salvifici doloris. Lettera apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, Roma 11 febbraio 1984, nn. 29-30.

7 Papa Francesco, Lumen Fidei Lettera Enciclica sulla fede, Roma 29 giugno 2013, n. 57.

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fr. Pier Giorgio Galassi
Chi sono io? Se è vero che gli altri possono talvolta descriverci meglio di come ci definiremmo noi, vi lascio una definizione sintetica di un amico ed ex collega: "tu sei un fruitore di bellezza"... Che significa? Semplice. In tutto quello che ho vissuto finora, dallo studio maldestro della teologia alle immeritate Grazie nel lavoro come professore, dal calore della mia famiglia fino al colore delle tante amicizie, una cosa sola mi è sempre stata chiara: tutta questa Bellezza mi chiama da sempre, e ho scoperto che è solo andando più in fondo - non da solo, ecco perché c'è la Chiesa - che posso trovarla e sempre goderne, per poi annunciarLa agli altri, perché sappiate che «La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini» (G. K. Chesterton). Ecco perché mi son fatto domenicano... Per contattare l'autore: fr.piergiorgio@osservatoredomenicano.it