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Chi non ripudia apertamente la guerra e chi non vorrebbe, se interrogato, augurarsi e augurare a tutti la pace e lavorare per essa? Se chiedessimo a ciascun individuo del pianeta Terra, ebbene senza ombra di dubbio sarebbe sicuramente d’accordissimo con queste affermazioni, e le sottoscriverebbe in duplice firma. Eppure il mondo continua ad essere dilaniato da conflitti e disuguaglianze. Battaglie, sì, oggi come ieri, apertamente combattute su fronti o con mezzi militari, ma anche, sempre più, subdole guerre “fredde”, d’isolamento, o ancora battaglie “economiche” che certo non mietono meno vittime delle loro controparti armate, e ancora conflitti che talvolta prendono la forma di più nascoste e logoranti discriminazioni. Come è possibile?

Forse che, se osserviamo più da vicino, la fonte da cui promanano questi conflitti macroscopici (che tanto e di tutto cuore chiunque condanna apertamente e si propone di evitare) non ha d’altra parte origini più microscopiche?

E infatti le stesse schermaglie le vediamo sussistere tra noi, tra singoli esseri umani, in grande e piccola scala. Sussistere in litigi, divisioni, messe al bando, fra quelli che un tempo erano amici o parenti, fratelli o vicini, coniugi o conoscenti. Nella non volontà di un recupero costruttivo e dialogato delle relazioni, nel miglioramento reciproco, sia pur con prudenza, ma anche apertura e compassione. Nell’ammantare la vera pace con la “pace” “del mondo”, modo alquanto mascherato per dire “non mi voglio dar pena” o “non mi disturbare” (“lasciami in pace”!). Tendenze che possono essere evidenti e dirette, ma anche più sottilmente indirette (con atteggiamenti di tipo, forse, usando una terminologia più attinente alla psicologia, passivo-aggressivo, come eludere i problemi e il confronto, fuggire, evitare la comunicazione, rimandare gli impegni, incasellare in un giudizio definitivo l’altro nel proprio cuore, inventare scuse, non voler stabilire costruttivamente un dialogo); proprio come le controparti guerresche di più ampia scala di cui parlavamo all’inizio.

È perciò forse ipocrita pensare di eliminare il conflitto su scala mondiale, se non lo si toglie dal proprio cuore e, di conseguenza, dai propri atti. Il mondo è lo specchio di chi ne fa parte.

Dalla parte al tutto

Se la società è, come è, nient’altro che la relazione tra persone, il perfezionamento delle persone (e dunque il bene e la felicità) consiste nell’instaurazione della totalità di buone relazioni fra la totalità delle persone. Non a caso Dio è colui che unisce, il Diavolo, come manifesta il significato del suo nome in greco, è “colui che divide”. Su questi binari in qualche modo viaggia anche, e magistralmente nel punto sottolineato, l’accorata enciclica di Papa Benedetto XV, scritta poco dopo la cessazione della Prima Guerra Mondiale, Pacem, Dei munus pulcherrimum1, che, oltre che per la sua essenziale brevità, merita oggi di essere riletta, a cento anni dalla sua stesura.

Benedetto XV
Benedetto XV

Memore soprattutto delle tragiche circostanze da poco trascorse, essa ricorda che «la legge evangelica della carità che esiste fra gli individui non è diversa da quella che deve esistere fra gli Stati e i popoli, dato che questi, infine, non sono che l’insieme dei singoli individui»2, là dove «è la stessa carità che Ci spinge ad esortare tutti i figli della Chiesa, o meglio, tutti gli uomini dell’universo, perché vogliano deporre gli inveterati rancori e impegnarsi per la concordia e per un reciproco amore»3. Anelito universale che non si può non vedere ripreso in un’altra grande enciclica sul tema, anch’essa vivamente consigliata alla lettura e anch’essa relativamente breve, Pacem in Terris4 di San Giovanni XXIII. Ivi i medesimi motivi fanno eco in modo penetrante soprattutto all’interno del paragrafo relativo al disarmo integrale, inutile «se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia»5. La pace non è assenza di guerra, ma richiede un impegno condiviso e costruttivo, oltre che l’accoglienza nel reciproco perdono delle offese, non si esaurisce in un dissuadere gli altri dall’aggressione, ma nella speranza che «gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l’amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni»6.

È a questo proposito che lo stesso San Tommaso, per esempio nel commentare l’Etica Nicomachea di Aristotele, mostra come l’amicizia costituisca il vero fondamento dello Stato, tale addirittura da scalzare una eventuale asettica giustizia: «l’Autore fa notare come sembri che gli Stati vengano conservati dall’amicizia. Per tale ragione i legislatori si preoccupano più di mantenere l’amicizia tra i cittadini che non anche della stessa giustizia, sulla quale a volte sorvolano, p. es., nell’infliggere i castighi, al fine di non suscitare una spaccatura tra i cittadini»7.

Dal Tutto alla parte

Eppure questo obiettivo, per quanto ci si possa o voglia tendere, come vediamo ogni giorno, non sembra possibile alla luce delle sole forze umane, a motivo della fragilità dell’uomo; riusciremo a raggiungere allora la pace?

Probabilmente, il pieno valore di ogni singolo essere umano può essergli davvero conferito solo se davvero lo si ritiene immortale. Cioè se riteniamo che, nel valorizzare qui ed ora ciascuna persona, ella non vada perduta mai, abbia un valore infinito, e l’accudirne il rapporto sia un tesoro accumulato là dove conta. Essa non può costitutivamente essere evitata o distrutta, non ci si può liberar di lei in modo da non rivederla mai più; prima o poi la rincontreremo, sempre con noi, per l’eternità, nella sempiterna amicizia del Cielo, che sarà per noi Paradiso se l’avremo amata, altra più triste destinazione se l’avremo odiata, poiché la sua compagnia ci sarebbe insopportabile. «Una comunanza di origine, di redenzione, di supremo destino lega tutti gli esseri umani e li chiama a formare un’unica famiglia cristiana»8. A questo proposito si colloca l’invocazione dell’aiuto di Dio, che come una mamma chiama a sé i fratellini, figlioletti piangenti che riconcilia, asciugandone le lacrime in un unico abbraccio d’amore.

Così, Benedetto XV richiama la dolce frase rivolta da Sant’Agostino alla Chiesa: «Tu, i cittadini, le genti e gli uomini tutti, rievocando la comune origine, non solo li unisci tra loro ma addirittura li affratelli»9.

Potremo tutto ciò, in fondo, solo se accanto all’impegno su larga scala, supereremo le nostre individuali meschinità, affidandoci a «colui che ha vinto nella sua dolorosa passione e morte il peccato, elemento disgregatore e apportatore di lutti e squilibri ed ha riconciliato l’umanità col Padre celeste nel suo sangue» affinché «accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace»10.


Riconoscimenti immagine: A. C. Michael, Tregua di Natale del 1914, Illustrated London News.


1 Benedetto XV, Pacem, Dei munus pulcherrimum. http://www.vatican.va/content/benedict-xv/it/encyclicals/documents/hf_ben-xv_enc_23051920_pacem-dei-munus-pulcherrimum.html

2 Ibid.

3 Ibid.

4 Giovanni XXIII, Pacem in Terris. http://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem.html

5 Ivi, 61.

6 Ivi, 67. E l’afflato di entrambe le encicliche si estende fino ad augurarsi, in definitiva, la costituzione di un’unica comunità mondiale. Se ciò in cui dovrebbe consistere la società è la relazione buona, l’amore, una molteplicità di Stati costituirebbe infine un irrazionale fattore di frattura.

7 S. Tommaso d’Aquino, Commento all’Etica Nicomachea di Aristotele, lib. VIII, vol. 2, trad. it. L. Perotto, ESD, Bologna 1998, p. 230.

8 Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 65.

9 Augustinus, De moribus Ecclesiae catholicae, I, c. XXX.

10 Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 90-91.

 

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fr. Marco Meneghin
Al secolo Marco, nell’Ordine fra’ Marco Maria Meneghin, nato nella ridente cittadina trevigiana di Conegliano nell’Anno Domini 1991. Ho conseguito la laurea magistrale in Informatica nel 2015, in particolare specializzandomi nel ramo del ragionamento automatico. Chiamato dappoi per vocazione, ho emesso nel 2017 la professione semplice, facendo il mio ingresso nell’Ordine dei Predicatori. Ho conseguito il baccellierato in filosofia presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e attualmente sono studente di teologia presso la Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna. Per contattare l'autore: fr.marco@osservatoredomenicano.it