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Il Grande Pittore

A ben pensarci, il curioso quanto travolgente fenomeno del riso è qualcosa di così radicato nell’uomo che giganti dello spessore di San Tommaso d’Aquino arrivano ad affermare che sia impossibile, anzi contraddittorio pensare un uomo che non abbia la capacità di ridere[1]. Così anche il grande Solov’ëv: “Se mi si chiedesse di definire l’uomo con un segno tanto caratteristico quanto apparente, io lo chiamerei l’essere che ride[2].

Da ciò consegue qualcosa di mirabile: il mistero quotidiano del ridere, ahimè spesso sciupato su labbra ignare delle sue sacre origini, pertiene all’uomo in quanto uomo. Ma chi è l’uomo? Egli è colui che è immagine del Dio vivente. Di fronte a questo le massime dei due sapienti citati assumono una portata straordinaria: se il riso è iconico dell’uomo, nel darci il riso, Dio si è ritratto nel suo autoritratto. Un dipinto a matriosca, insomma, un po’ come quei quadri dove, in uno specchio nascosto in bella vista, viene abbozzato con quattro pennellate colui che dipinge. Ma noi, come cristiani, abbiamo una marcia in più: non solo possiamo riconoscerlo, perché nel ritrarsi ci ha lasciato ragionevoli dettagli, quali una

Gustav Dorè, La Trinità
Gustave Dorè, La Trinità

tavolozza ancora leopardata di colori in un angolo, quattro pennelli nel taschino e un po’ di tempera residua fra le dita; ma perché, nella Fede, lo abbiamo conosciuto di persona quel Gran Pittore che dipinse il mondo: sappiamo che il Solo Dio non è un Dio solo. Così sappiamo che la sola immagine di Dio nel cosmo, cioè l’uomo, non è l’immagine di un protagonista solitario e di qui il geniale soprannome di un Creatore che si firma in una risata: Dio è Gioia. Da soli non si può gustare davvero la felicità: Dio è compagnia. Il significato ultimo di questa compagnia la cantò la Divina Commedia con arte ineguagliabile: “O luce etterna che sola in te sidi, / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!” [Dante, Paradiso, c. XXXIII, vv. 124-126].

Lo Spirito di una Ricca Risata

La Luce Eterna che siede solo in Sé è la Natura Divina, Unica, Indivisa, mentre l’Intelligenza che si comprende è il Padre, il Quale genera il Logos, con Cui reciprocamente s’intende. Ma si deve tener presente che i poeti cercano di usare le parole in modo plenipotenziario, cioè facendo dire loro tutto ciò che possono dire. Così nell’intendere intellettivo, viene impressionisticamente pennellata un’altra intesa che è di natura squisitamente affettiva. Questa viene descritta con quel magnifico te ami e arridi, che è propriamente lo Spirito Santo, cui pertiene in modo particolare l’epiteto di Amore. Se è vera l’ispirazione del poeta, il riso è l’abbraccio trinitario dello Spirito Santo, sicché, se il Padre è la bocca che pronunzia il Verbo (cioè il Figlio), lo Spirito Ne è il radioso sorriso.

Ecco dunque qual è il mistero del ridere. Noi, infatti, ci dimentichiamo troppe volte che l’omogeneità della Natura Divina è tutt’altro che impersonale. Al contrario il nostro modo di essere imago Dei riflette tre personalità distinte, seppure indissolubilmente unite, che hanno il gusto generoso della personalizzazione. E così la Terza Persona della Santissima Trinità – cui restituiamo queste poche considerazioni come innamorato omaggio – ci ha lasciato un’impronta d’arte, una firma arguta del Suo e solo Suo Inconfondibile Tocco. Non diciamo forse noi che coloro che sanno l’arte del ridere sono uomini… di spirito?

Dio, l’umorista e il suo profeta

Ma cosa significa essere un uomo di spirito? Credo che questo fortunato genere di persone si fondi su tre caratteristiche principali: 1. La tempistica; 2. Il gioco; 3. L’argutezza. La tempistica è uno di quegli aspetti che costituiscono l’evidente impronta della Terza Persona Divina, perché ci vuole una grande ispirazione per scorgere i segni dei tempi di una buona battuta, che, se fuori tempo, non suscita alcun riso; risulterebbe, invece, pesante, scarna, ossuta, fin anche insipida una volta privata del suo originale contesto (di qui la necessità della mai troppo considerata missione del barzellettiere, che restituisce ai volatili motteggi umani situazioni universali). Di conseguenza, chi facesse motti di spirito sarebbe a suo modo profeta e come tutti i profeti dovrebbe nutrire un grande sentore per il momento presente, un profondo senso storico e quindi un radicale realismo.

Ridere, infatti, è sempre un atto di fine realismo di fronte ad una realtà che talvolta è solo pallidamente reale, perché vituperata dalle miserie degli uomini. E come il profeta mostra le contraddizioni dei popoli, così l’uomo di spirito nel suo piccolo rende evidenti quelle dei singoli. Ma si faccia attenzione: un maestro, il Cardinal Biffi, proponeva una sapiente distinzione fra senso del comico (o satirico) e senso dell’umorismo. Infatti, il senso dell’umorismo, a differenza del suo più pungente fratello, è un atto di simpatia: invece di allontanare il prossimo, si accompagna alla pietà e al senso tragico della vita[3].

In tal modo l’umorista deve essere arguto, laddove l’arguzia è un’ingegnosa forma di delicatezza: arguto è chi coglie aspetti sottili della realtà, ma non coglie nulla chi la infrange con sciabolanti giudizi. Perciò nel rilevare le fragilità umane, l’umorista è colui che non le mette crudelmente a nudo, al contrario le ammanta con un velo d’affettuosa… intesa. Così, se da un lato si rivela essere il migliore amico della Verità, perché né scende a compromessi, né la nasconde; dall’altro mostra d’essere il migliore amico dell’uomo, perché in forza della sua bonarietà salva dalla disperazione. Guarda caso, sia la disperazione che impugnare la verità conosciuta sono due dei sei peccati specificatamente rivolti contro la Persona dello Spirito Santo.

Così la Sapienza Divina, che unisce l’utile al dilettevole, non solo ha fatto del ridere un lineamento divino nello spirito umano, ma anche una preziosa risorsa, perché farmaco di speranza e verità, nonché uno degl’apici della magnifica arte di relativizzare i mali presenti e futuri. Giungiamo così al punto finale: il gioco. Se è chiaro l’utile salvifico del ridere (che è benefico persino biologicamente) bisogna scoprirne la natura dilettevole. Anche questo, infatti, dice l’uomo. Mi viene in mente un geniale insegnamento di Biffi: “Lo scimpanzé che porta a casa alla moglie tre noci di cocco è sempre uno scimpanzé, sia pure di cuore gentile. Lo scimpanzé che nel terzo anniversario del matrimonio portasse a casa tre rose scarlatte, sarebbe uno scimpanzé spirituale, cioè un uomo, proprio perché le rose non servono a niente[4].

Ciò di cui è capace la nostra strana specie, bipede e implume, su questo mondo è fare certe cose per farle, non per istinto o voglie civettuole, ma perché meritino d’essere fatte, così, gratuitamente. La gratuità è un Mistero Divino che tocca le radici stesse della Creazione: perché esisto, perché esistono le persone a me care, le cose, gl’alberi, gli animali e le stelle nel firmamento? La risposta ultima, vera ed esistenzialmente più rilevante è una soltanto: perché era bello così. In definitiva il cristiano, se è tale, è il solo profeta che può dire al mondo: Fu bello che tu fossi. È bello che tu sia. Egli, infatti, sa la Gratuità con cui è stato fatto il mondo: intuisce il disegno di Dio. Non ci sono, perciò, missioni intergalattiche da scoprire o chissà quale ancestrale progetto segreto per rendere ragionevole e significativa un’esistenza: essa stessa è significato. Il suo fondamento è il brivido gratuito della Bellezza, Quella Bellezza che t’ama e arride.

Leggi la prima parte di questo articolo.

[1] Cfr. San Tommaso d’Aquino, De spiritualibus creaturis, a. 11, ad 7
[2] Vladimir Solov’ëv, La Sofia, Edizioni San Paolo, Milano 1997, p.50
[3] Card. Giacomo Biffi, Lettura cristiana del Libro di Giona in Spiragli su Gesù, esd, Bologna 2017, p.78
[4] Card. Giacomo Biffi, Quando ridono i cherubini, esd, Bologna 2007, p. 35

fr. Pietro Zauli
Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).