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Ogni anima destinata alla gloria eterna è costituita per innalzare l’edificio eterno. Un muratore che vuole edificare una casa innanzi tutto deve ben ripulire le pietre che vuole usare per la costruzione. Cosa che ottiene a colpi di martello e scalpello. Allo stesso modo si comporta il Padre celeste con le anime elette[1]

È innegabile che la morte di un familiare, la malattia, rimanere sul lastrico, sono eventi che facciamo rientrare facilmente nella categoria di disgrazia o sfortuna. Eppure queste sono semplici categorie umane o, meglio, mondane. Per un cattolico gli eventi della vita dovrebbero essere guardati in modo anagogico, cioè dalla prospettiva di Dio, in quanto dovremmo ricordare che (Is 55): “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» e anche il proverbio: «non cade foglia che Dio non voglia”.

Oserei dire che tutta la Sacra Scrittura è impregnata di esempi nei quali Dio permette che accadano eventi che, a prima vista, reputiamo disastrosi. Il libro di Tobia e quello di Giobbe mostrano chiaramente come la Scrittura non ignori il male e non sia affatto ingenua. Tuttavia non perde mai la speranza: sa come, per la Provvidenza, situazioni di disgrazia divengano causa di un bene maggiore. Anche nei tempi più moderni abbiamo esempi nella sensibilità di grandi autori come Tolkien: basti pensare allo scontro nella sua mitologia fra Gandalf e il Balrog, dal quale lo stregone ritorna dalla morte purificato, tanto da diventare Gandalf il Bianco.

Eppure l’uomo insensato non intende e lo stolto non capisce la prospettiva divina, nella quale è fondamentale la salvezza dell’uomo dopo la morte. Non che la felicità presente sia negata, ma bisogna ricordare che siamo qui solo di passaggio e che nella vita di tutti esiste un certo aspetto della croce che può esser rifiutato o accettato e sublimato. In questo versante troviamo l’anonimo autore di Pearl[2] (Perla), un poemetto medioevale, dove si trova una elegia per la morte di una giovane. L’autore ci racconta di un sogno nel quale rivede sua figlia defunta ancora in tenerissima età: è in Paradiso. Si rivolge a lei chiamandola la sua perla: “Sei proprio tu la perla che ho pianto per tante notti nutrite di lacrime? Chiusa nel cuore ho tenuta l’angoscia da quando nell’erba via te ne fuggisti” (stanza 21).

Un tempo si era fortemente convinti che nei sogni si potessero avere delle visioni e delle rivelazioni[3]. Oggi non ci fidiamo più di simili ‘sciocchezze’, essendo ormai in una società al di là del post-moderno, diamo più fiducia a cartomanti, chiromanti, indovini, stregoni e fattucchieri vari.

Trovo dolce vedere come l’anima della bimba defunta non nega la paternità con lo scrittore, riportando così un’altra realtà della vita eterna, cioè che ci riconosceremo così come abbiamo vissuto e vedremo i nostri legami, tutto rinnovato in Cristo: “Signore – risponde la Perla – tu hai detto cose sbagliate ché la tua perla mai fu persa: in uno scrigno qui è chiusa al sicuro, in questa riviera sì gaia e ridente, e qui rimarrà in gioia perenne, dove mai pena e dolore risuonano” (stanza 22). Non saremo degli spettri vaganti nel vuoto cosmico né energia che verrà annullata in una energia superiore, ma, rinnovati in Cristo, saremo ancora noi. Da sottolineare le parole della fanciulla che si trova in un posto di gioia perenne dove non v’è più alcuna pena.

Credo che la prospettiva cattolica, non solo è veritiera, ma è anche un aiuto giornaliero per tutti coloro che vivono un dramma personale dentro il quale non riescono a capire che utilità vi sia, a causa di una società che ci fa credere che valiamo per quello che produciamo: siamo valutati nel fatturato, nelle performance, nella produzione, nella vittoria di medaglia, nel numero di likes su facebook/instagram/twitter e nella condivisione dei nostri articoli.

Rimane altresì il mistero del dolore nel quale non credo vi possa essere una risposta umana soddisfacente. Il vessillo di Cristo che si staglia nell’orizzonte della storia umana rimane esempio per antonomasia del giusto servo sofferente[4] che paga il riscatto della mia salvezza per me peccatore. Dolore che non si configura solamente in ambito medico, ma presenta uno settro d’azione più ampio che trova radice nell’umanità stessa[5]. Eppure di fronte a quel dolore, alla sofferenza più innocente – quella di un Dio che si fa carne – i nostri padri sono giunti a cantare: “Beata colpa, che meritò tale e così grande Redentore” (Preconio pasquale).

[1] San Pio da Pietrelcina, Lettere in Liturgia delle Ore, lev, Roma 2012, vol. iv, p. 1335
[2] Sir Gawain e il cavaliere verde, la Perla e Sir Orfeo, a cura di John & Christopher Tolkien, Edizioni Mediterranee, Roma 2009, p.
[3] Cfr. Summa Theologiæ II-II, q. 171-174
[4] Cfr. Is, 53
[5] San Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, n. 5

fr. Moneta Da Palermo

Dalle poche testimonianze storiche pervenuteci (non è che poi lui dica molto del suo passato) possiamo ricostruire alcuni tratti essenziali della difficile biografia di frate Moneta da Palermo op. Sappiamo da un autore anonimo che è nato nel più buio dello spentoevo (come lo disse un poeta), precisamente alla fine del XX secolo. Palermitano di nascita, si trasferì nelle nebbiose lande londinesi, dove apprese le arti virtuali, entrando nella potente corporazione dei ‘Micromorbidi’ che gli garantirono agiatezza e una discreta autonomia morale. A questo periodo risalgono le celeberrime trattazioni di nicchia sul galateo, ovvero le ‘Meditazioni sulle Galatine’ e il ‘De furca et digito levato’, cui si affiancano gli scritti sulla pronunzia dei dittonghi inglesi che gli valsero il nome di ‘Sterlina’ o ‘Moneta’ (Pound). Certo è questo: sopravvissuto agl’anni mortali dell’ebola (c’è sempre qualche peste in Inghilterra) si convertì a Cristo, entrando nell’ordine dei ‘Black friars’ (i frati predicatori). Tornato in Italia per dedicarsi interamente alle lettere e alla filosofia popolare, scrisse libelli di pedagogia spirituale come il ‘De puella monenda’ e il delizioso ‘De cella riposanda’. Grande critico del sistema copernicano, rispose al ‘e pur si move’ di Galileo, col celebre motto: ‘Se move? A li universa ciela gli giron!’. Ma celebre fu la sua rivoluzione filosofica del ‘cogito ergo sum cartesiano’ che sviluppò nel trattato ‘Sum Figus’ per il quale è ancora ricordato come esempio di metafisica modestia.