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Devo dire la verità: preferisco la Lumen gentium. Quando, qualche anno fa, ero molto triste, ho letto quel testo conciliare ed ho trovato in esso tutto il dialogo tra Cristo sposo e la Chiesa sposa, questa realtà così bella e di valore agli occhi di colui che è la Verità e l’Amore, da spingerlo a dare per essa, e solo per essa, la vita. Sì, Dio è morto, ha rinunciato a tutto, per fare di questo tutto un dono nuziale da vivere insieme a questa sua sposa che, in definitiva, siamo anche io e te.

Tuttavia, “si compia in me secondo la tua parola” – disse la Vergine Maria all’angelo Gabriele. Quella Parola non è indifferente per noi. Sappiamo bene che nell’istante iniziale del mondo, tutto ha avuto origine da una parola. Di più: nella “notte dei tempi” – come si usa dire -, che in realtà era “luce inaccessibile“… in quel tempo fuori dal tempo nel quale Dio “ci ha predestinati prima della creazione del mondo” per essere suoi figli, allora era la Parola, il Verbo, ad essere tutto ciò che noi ancora non eravamo. E sappiamo che tutto, il mare, l’amore, la gioia, la vita, il pensiero, le relazioni, il senso, tutto trae origine da una parola invisibile.

Volgiamo gli occhi ancora una volta, o per chi non l’abbia ancora fatto, leggiamo con avidità le parole che Cristo buon pastore ci rivolge attraverso questa costituzione dogmatica sulla divina rivelazione. Non voglio farla lunga. Permettetemi soltanto di evidenziare quel qualcosa che sa di domenicano, cioè di contemplazione e di predicazione.

La prima informazione che non ti deve sfuggire, caro lettore, è la natura personalistica della rivelazione. Dio non è tanto interessato a comunicare informazioni – non siamo gnostici – ma a comunicare, a donare Sé stesso. Per che fine? Perché viviamo di lui e con lui. Questo fondamentale cambiamento di prospettiva, che deve avvenire prima o poi nel percorso di fede di ciascuno, lo puoi trovare specialmente al punto 2 del documento.

Ma altrettanto importante, permettimi di dirlo da domenicano, è la conseguente natura personalistica anche della predicazione. La Chiesa ha sempre fatto così. La Chiesa dona Dio al mondo donando sé stessa. Lo sapeva bene san Domenico, che non esitava a sparpagliare i suoi giovani e inesperti frati in giro per il mondo, ben sapendo che “il grano ammassato marcisce, seminato invece fruttifica”. Leggi i punti 8 e 10.

Lo so, è veramente paradossale, ma mai quanto sto per dire ora. Per volontà divina, la conservazione stessa nella Chiesa degli insegnamenti di Cristo ha una natura dinamica. Per capire devi richiamare alla mente la parabola dei talenti. Il servo che aveva seppellito sotto terra il talento del padrone pensava di aver fatto la cosa più prudente. In realtà, facendo in quel modo era stato il peggiore dei servi. Questa non è affatto una cosa astratta: significa che ogni cosa che impari la devi mettere in atto, non puoi limitarti a saperla. Così fa anche la Chiesa, tua madre, che “trasfonde le ricchezze della Tradizione nella sua pratica e nella sua vita di Chiesa che crede e che prega” (cfr. DV 8). E, aggiungo io, da lì le ripesca ogni volta che le deve insegnare, perché, come una buona madre, non deve “darci soltanto il lieto annuncio di Dio, ma la sua stessa vita” (cfr. 1Tess 2,8).

E finalmente arriviamo alla Bibbia, che ci dice tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Sì, tutto, a patto che sappiamo intendere il suo linguaggio. La lingua di Dio non è quella della trasmissione di informazioni, come abbiamo detto, ma del dare la vita. Sarà dunque un linguaggio analogico basato sull’allusione a una realtà che eccede le parole e il testo. Se nella Bibbia non troviamo tutta la Chiesa, con tutti e singoli i suoi dogmi, magari non in forma esplicita ma almeno allusiva, significa che il nostro approccio alla Scrittura è strutturalmente errato. Leggi in particolare gli articoli 11 e 12.

Cuore della Scrittura sono i quattro Vangeli, “fondamento della fede” (DV 18). Essi sono stati scritti perché credendo sempre più in Gesù Cristo, sempre più abbiamo la vita in lui (cfr. Gv 20,31). Per questo è importante avere un contatto costante, e non solo per sentito dire, con essi. Ma – dice Origene, maestro di molti Padri della Chiesa – noi cristiani consideriamo parola di Cristo non soltanto quella contenuta nel vangelo, ma anche quella nascosta nell’Antico Testamento. Lì ci vuole un lavoro di scavo, in cui il criterio di esplorazione non può essere che la fede, la fede in Gesù, vero uomo, morto e risorto, in cui ci siamo innestati con il battesimo, vero Dio, eterno e principio ordinatore di tutta la realtà. Allora troverò, con mia grande meraviglia ed orgoglio, tra le righe di un testo antico quanto il mondo, il mio nome nuovo. Leggi i punti 15, 16 e 18.

Tornando alle domenicanità, ti ricordi come concepiva San Tommaso la testimonianza della predicazione? “Contemplari, et contemplata aliis tradere” – Contemplare, e consegnare agli altri le cose contemplate. È suggestivo che, in latino, il verbo “contemplare” sia strutturalmente passivo. Di conseguenza, anche “contemplata”, più che le cose contemplate, indica noi stessi, colpiti dalla contemplazione. La Bibbia, infatti, dice la Dei Verbum, è soprattutto un luogo di contemplazione, trasformante ed elevante. Dice infatti: “Si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12)”; “nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi” (DV 21). Luogo di contemplazione non solo per la vita ordinaria, ma anche per la stessa teologia, che viene continuamente “ringiovanita” (DV 12) dal ripartire sempre dalla Sacra Scrittura.

La costituzione dogmatica si conclude con un invito, oltre ai modi ordinari con cui i fedeli abitualmente entrano a contatto con la Sacra Scrittura, alla “pia lettura”. E questo perché “i figli della Chiesa si familiarizzino con sicurezza e profitto con le sacre Scritture e si imbevano del loro spirito” (DV 25), e “il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini” (DV 26). Forse è il caso che anche io e te prendiamo in seria considerazione l’ipotesi di perdere ancora un po’ di tempo della nostra routine in una lettura della parola di Dio così, senz’altri fini, semplicemente per riempire la nostra vita di Lui.

fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.