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“Che seccatura! Che noia! E per giunta per un anno intero!”

Mi avreste sentito pronunciare queste parole fino a non troppo tempo fa, all’inizio dell’Anno B, quando nel ciclo liturgico domenicale la Chiesa ci propone la lettura del Vangelo di Marco. Se invece ora interrogaste uno dei miei confratelli, soprattutto quelli che mi conoscono meglio, vi direbbero certamente che non faccio altro, ogni volta che ne ho l’occasione, che parlare del Vangelo di Marco. Ve lo confesso! L’antipatia che nutrivo verso il primo degli Evangelisti -infatti, nonostante nella disposizione canonica segua Matteo, è stato lui il primo a mettere nero su bianco la sua testimonianza scritta su Gesù, per la Comunità dei primi cristiani di Roma!- era niente di meno che un vecchio risentimento infantile: non mi andava giù in nessun modo che il buon San Marco non avesse detto una sola parola sull’infanzia di Gesù.

Oh! Da bambino questa cosa mi infastidiva e non poco: puntualmente arrivava l’Avvento, puntualmente l’oggetto dell’attenzione si focalizzava sul Bambin Gesù e, puntualmente, durante l’Anno B, il caro eletto Pargoletto era latitante nei testi di Marco.

Vi sembra banale quello che vi ho appena detto? Beh, guardate, in fin dei conti potrebbe pure esserlo ma il punto è un altro: l’intenzione di San Marco era questa: aiutare i destinatari del suo scritto e, dunque, anche noi a chiarirsi le idee su Gesù di Nazareth.

I suoi primi lettori, provenienti dal paganesimo, erano in particolar modo i catecumeni che avrebbero ricevuto il Battesimo nella notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua, probabilmente sul far del mattino: era necessario permettere a loro per primi, con una certa efficacia, di identificare con chiarezza Gesù Cristo.

Non è questo il momento adatto per aprire quella che sarebbe una fin troppo lunga parentesi sul catecumenato cristiano delle origini ma mi limito solo ad una osservazione: i fratelli delle prime generazioni aderivano al Cristianesimo con una consapevolezza e una disposizione interiore imparagonabilmente più ferme e consapevoli di quanto non facciamo noi oggi. Diventare uno dei discepoli di Gesù Cristo significava, tra le altre cose, accettare di potersi trovare nella condizione di doverlo testimoniare con la morte e la comunità di Marco, negli anni 60-70 del I secolo, questo lo sapeva bene, vivendo direttamente le persecuzioni che le hanno visto sottrarre tante guide spirituali, primo fra tutti San Pietro. Insomma, non ci si poteva permettere in alcun modo di essere battezzati senza aver compreso il cuore del Vangelo, irrobustendosi nella fede.

Ed è proprio il cuore del Vangelo che troppo spesso è distorto nella nostra vita cristiana distratta e quindi infiacchita. Sono passati venti secoli dalla redazione di Marco, le dinamiche sono effettivamente diverse ma il problema è il medesimo: che idea abbiamo di Gesù?

Siamo franchi, ci piace fin troppo lasciarci distrarre: ciascuno di noi a modo suo è un campione nel rivestire Gesù di orpelli e fronzoli quasi alla stregua di un albero di Natale, per restare in tema! Nervo scoperto, questo, che San Marco tocca palesemente, chiedendoci uno sforzo che ci dà indubbiamente noia: impegnarci ad una sintesi essenziale del Vangelo, ripulendo quell’immagine di Gesù che ci portiamo appresso incrostata da inutili accessori personalizzati, per conferire nuovo vigore alla nostra identità di battezzati.

E, cari amici, non è certamente la scoperta dell’acqua calda questa ma la sintesi essenziale del Vangelo è la stessa parola Vangelo: buona Notizia della Pasqua di Gesù Cristo Risorto, vincitore della morte e dell’Inferno.

Allora, facciamo particolare attenzione al grido che ci investirà fin dalla seconda Domenica d’Avvento, chiedendoci di prepararci, di metterci nelle condizioni di poter fare chiarezza sull’essenziale: raccogliamo tutto quello che ci serve, dovremo fare delle fini e oculate pulizie di primavera quest’anno.

fr. Giuseppe Fracci
Sono nato in un piccolo paese della Provincia di Cagliari nel 1992 e i miei tratti fortemente mediterranei mi caratterizzano e annoverano nel numero del popolo sardo inconfondibilmente, anche se qualcuno ogni tanto mi scambia per sudamericano! Ho lasciato nel 2011 i bei lidi color smeraldo della mia terra, trasferendomi a Milano per studiare Lettere classiche all’Università Cattolica. Potreste portami in qualunque città del mondo ma in ogni caso, sappiate che vi direi ostinatamente: “Milàn l’è semper Milàn”. Tra i Navigli e Brera ho trovato la Vita ma non nei locali di Parco Sempione bensì all’ombra delle magnolie bianche del Chiostro di Santa Maria delle Grazie. Lì, Qualcuno mi ha sussurrato ripetutamente: “va’, e annuncia ai miei fratelli che sono risorto!”. Alla fine ho ceduto e sono diventato bianco anche io… solo nell’abito, la carnagione è sempre la stessa.