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Non è che a noi cristiani ci vada poi proprio a genio la festa di Halloween e lo dico con tutti i pleonasmi del caso. Perché? Per due semplici ragioni: la prima è dovuta al fatto che la vigilia di tutti i Santi (perché questo è il significato della parola Halloween) non c’entra niente con tutti i santi, anzi ne sembra il contrario. Non solo la vigilia ha sostituito per fama la sua festa (e questo non è normale), ma celebra il contrario della festa. La comunità dei santi, essendo il concilio del Dio vivente, è una comunità di viventi; la festa di Tutti i Santi, quindi, è la festa della Vita al di là della morte.

Al contrario Halloween è la festa della morte al di qua della Vita, come svelano tutti i cadaverini che addobbano i crocicchi delle strade. Per un cristiano estremamente consapevole di sé, parlar di morte significa rammentare il suo significato biblico: “Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, / non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani, / perché Dio non ha creato la morte / e non gode per la rovina dei viventi. / Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza / le creature del mondo sono sane, /in esse non c’è veleno di morte, / né gli inferi regnano sulla terra (guarda caso il contrario di Halloween)” (Sap 1, 12-14). In secondo luogo siamo di fronte a quella notte che tutti i seguaci dell’occultismo preferiscono per compiere i loro macabri rituali. Ecco, in sintesi, perché Halloween, nonostante i gustosi dolcetti, non ci va proprio a genio.

Ma di fronte all’ineluttabile indifferenza con cui il ghigno luccicante delle zucche irride le nostre cattoliche opinioni, non dobbiamo limitarci a rosicare la bombetta salata di Rockerduck; dobbiamo piuttosto ricordarci che anche dove la Chiesa sembra messa da parte, anche laddove scheletri e fantasmini sembrano preferiti ad una festa eccezionale come quella di Tutti i santi, anche allora Cristo ha vinto il mondo. L’arte sta nel saperlo scorgere.

Come? Mi viene in mente un magnifico passo del drammaturgo inglese al comparire di un sussurrante fantasma:

“Orazio: Ed è trasalito, come persona colpevole a un pauroso richiamo. Ho sentito dire come il gallo, ch’è la tromba del mattino, risvegli il dio del giorno con la sua gola alta e sonante; e che, al suo segnale, gli spiriti errabondi e vagolanti nel mare, nel fuoco, nella terra e nell’aria s’affrettano ai loro nascondigli […].

Marcello: È svanito al canto del gallo. Dicon taluni che all’appressarsi di quel tempo dell’anno in cui si celebra il natale del Salvatore, l’uccello dell’alba canta sempre per tutta la notte quant’è lunga: ed allora – dicono – gli spiriti non possono vagare in giro; le notti son salubri, gl’astri non son perniciosi, né fata alcuna ha potere d’incantesimo o strega di affatturamento: tanto santificato e colmo di grazie è quel tempo[1].

Siamo di fronte ad una vecchia leggenda inglese, ma la sua profondità spirituale è straordinaria. Qualcuno potrebbe obbiettare che non sia poi così pertinente, perché la citazione parla di Natale e non della festa in questione. Tuttavia ci sono forti analogie fra Natale e Tutti i Santi. Perché? Perché Tutti i Santi è, per eccellenza, il natale prima del Natale e più precisamente il Natale della Chiesa. Se alla fine di dicembre celebriamo Dio nel suo miracoloso prendere corpo, nel suo farsi uomo in carne ed ossa, agl’inizi di novembre festeggiamo Dio prendere il nostro corpo nel suo farsi Corpo Mistico, cioè la Chiesa. È, per eccellenza, la festa del Regno, della comunità realizzata di tutti i credenti e quindi la memoria della nostra meta: “Il Regno di Dio […] è la nostra unica destinazione” e “la consapevolezza di avere questo superiore traguardo […] dà senso e sapore alla vicenda terrena[2].

Potremmo sentirci scoraggiati di fronte ad una simile cerchia di gloriosi fratelli nella fede: chi è come un San Tommaso, un San Francesco o una Madre Teresa di Calcutta? Ma il punto sta proprio nel ricordarsi che la festa del Regno non è la celebrazione dell’impeccabilità, ma della pecorella smarrita, degl’imperfetti salvati: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15, 7). La festa di Tutti i Santi è la festa di quel peccatore pentito. Ma c’è di più: la festa di Tutti i Santi è la liturgica gioia con cui il Cielo si commuove per chi fra noi si lascia commuovere, per chi fra noi si pente. Perché non so, ma l’animo mi dice che vi è una profonda connessione fra conversione e commozione, un legame che va al di là dell’etimologia delle parole.

Ora, in questa prospettiva anche dalla notte di Halloween possiamo trarre un prezioso insegnamento: essa è per eccellenza la notte degli spiriti, dove ogni forma di inquietudine ultraterrena ha modo di sfogarsi (un curioso preludio apocalittico, perché anche nell’ultimo giorno sarà così, cfr. CCC 677). Ma la notte di Halloween è appunto una notte soltanto. Per quanto la vigilia esprima il contrario della sua festa, non è Tutti i Santi a terminare in Halloween, ma Halloween in Tutti i Santi: Dio ha posto un limite alle tenebre, un limite di giubilo tanto che alla tromba del mattino esse, che vogliano o no, debbono affrettarsi ai loro nascondigli.

Questo limite ha un nome: è la Chiesa, la comunità dei salvati. Il che fa riflettere su quanti esplicitamente o implicitamente l’avversano, magari anche mossi dalle più ‘innocenti’ intenzioni. Ma questa comunione non è esclusiva dell’uomo: attraverso l’uomo risplende su tutta la creazione che, come ricordava la lettura di oggi, “attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; […] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 19-21) e con Shakespeare potremmo dire che “gli spiriti non possono” più “vagare in giro; le notti son salubri, gl’astri non son perniciosi, né fata alcuna ha potere d’incantesimo o strega di affatturamento: tanto santificato e colmo di grazie è quel tempo”.

[1] W. Shakespeare, Amleto 1.1, vv. 148-164, trad. it. di Gabriele Baldini, bur, Milano 2016, pp. 129-131
[2] Card. Giacomo Biffi, Lo Spirito della Verità, esd, Bologna 2009, p. 91

fr. Pietro Zauli

Chi sono? In verità non ne so molto più di voi. Del resto, vivo anche per scoprirlo. Ma giustamente chi legge questo genere di presentazioni, si attende una sfagiolata di dati anagrafici. Essia! Sono nato all’Ospedale Maggiore di Bologna quel glorioso 9 settembre del 1994 (glorioso per ovvie ragioni). Chi non mi ha mai veduto senza barba, ipotizza che mi trassero dal ventre di mia madre proprio tirandomi dalla barba… inquietante, ma non smentirò questa leggenda. Frattanto in questi 22 anni di vita ho frequentato il liceo scientifico Malpighi, mi sono appassionato a Tolkien, alla Filosofia, alla Poesia medioevale e novecentesca, infine alla cinematografia, su cui amo diffondermi in raccolte meditazioni crepuscolari. Cosa ho compreso saldamente? Ad una sola vita, un solo modo per viverla. Per questo appena conseguita la maggiore età, ho fatto domanda di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori. Attualmente mi nutro di studi di San Tommaso, di spiritualità e di metafisica (sto affrontando un densissimo filosofo Polacco, Przywara … la pronunciabilità del nome è direttamente proporzionale alla sua chiarezza).