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Se ci pensiamo bene, la presenza della Chiesa nel mondo non ha altro fine che questo: generare tutti gli uomini alla vita di grazia e di gloria, far nascere Gesù Cristo in loro e far nascere loro in Gesù Cristo. Come Maria ha tenuto nel grembo Dio per nove mesi, così la Chiesa in qualche modo tiene, come ministra dell’amore universale di Dio, tutti gli uomini nel suo grembo perché essi approdino finalmente e faticosamente al fine per cui sono stati creati: la libera e operosa comunione in Lui e con Lui.

Ma fin dall’inizio della storia cristiana, il Nemico, servendosi delle più irrazionali pulsioni dell’uomo decaduto, cerca di divorare il frutto della grazia di Dio (cfr. Apocalisse 12,2-4), scatenando persecuzioni contro la verità in modo aperto e bellicoso o subdolo e seducente. A questo punto è la Croce a capovolgere la situazione. Il tentativo di menzogna e lo scatenamento di forza vengono ribaltati dall’amore capace di abbassarsi e sopportare la contraddizione: Cristo crocifisso è quella porta di cui parla il salmo: “È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (Sal 117,20; cfr. Gv 10,9). Chi depone le armi di fronte alla croce, viene vinto dalla sua inesorabile dolcezza. La dolcezza di Colui che non ha disdegnato l’umana natura, ma si è fatto uomo come noi.

Da duemila anni la presenza di Cristo attraverso la Chiesa irradia sulla società umana il suo benefico influsso di amore per il bene, di rispetto per la vita, di pace interiore, di desiderio di far crescere la società in tutti i suoi aspetti di progresso intellettuale, morale, sociale, relazionale, estetico, missionario. È la sua presenza che scioglie come neve le antiche resistenze della nostra natura ad aprirsi al bene, le paure profonde che ci spingono a chiuderci in noi stessi e a ricercare un bene egoistico autodistruttivo. È il nutrimento del suo corpo che ha costituito comunità coese e desiderose di apportare il bene a tutti senza condizioni e di insegnare all’uomo l’arte della fraternità. È la sua parola che, predicata ai quattro venti, fa vibrare le corde più profonde della coscienza, muovendola alla compassione e all’abnegazione. Così, da ogni parte della terra si sente un risveglio dei desideri di pace, un germogliare di progetti che superino le barriere culturali per costruire un’unica famiglia umana.

Contro questo ultimativo anelito, il dominio del male cerca, con i suoi mezzi prettamente mondani, ricchezza, lussuria, potere, di giocare la sua ultima arma, quella della confusione e della menzogna. Cerca, in un estremo tentativo, di chiamare bene il male e male il bene (cfr. Is 5,20). Così ha generato una vera e propria “cultura della morte”, negli attacchi della quale è possibile riconoscere una grande “lotta tra le forze del bene e le forze del male“, “uno scontro immane e drammatico” (San Giovanni Paolo II, 1995). In questa lotta vi sono delle vittime innocenti. Tra di essi rifulgono per la loro inermità soprattutto quei “bimbi mai nati” a cui è stato negato deliberatamente il diritto di vivere, creature plasmate ad immagine di Colui che abita il grembo della Vergine, uccise nel luogo stesso in cui erano venute alla vita.

Il loro nemico era il nemico della chiesa

Con la loro semplice vita, con il loro inespresso naturale anelito alla vita, quei piccoli figli dell’uomo hanno posto una resistenza sincera e innocente allo scatenarsi delle forze irrazionali della menzogna che cercano da sempre di sostituire il regno di Cristo – Verbo della vita, per mezzo della cui misericordia tutte le cose sono state create, venuto nel mondo perché avessimo la vita (cfr. Gv 10,10) -, con il regno della morte, il regno della disperazione e della guerra di tutti contro tutti. Martiri dunque, come i Santi Innocenti che festeggiamo quest’oggi, inconsapevoli di aver combattuto nelle schiere del bene ma resi figli di Dio dal loro martirio, resi vittoriosi sulla forza dell’uomo con la loro debolezza, resi, con la loro semplicità, superiori alla sapienza del mondo.

hanno testimoniato il verbo della vita, resistendo alle potenze della morte con il loro naturale inespresso anelito alla vita

Sottopongo quindi alla vostra attenzione, fratelli, questa possibilità, perché la meditiate nel cuore, consapevoli che l’ultimo giudizio non può che spettare all’autorità della Chiesa, ma anche che la meditazione delle opere di Dio nel cuore dei fedeli, illuminata dalla fede, può molto contribuire al discernimento di tutta la Chiesa.

fr. Stefano Prina
Lombardo, nato e cresciuto fra i rami del lago di Como, ha frequentato il liceo classico A. Volta di quella città, percorso comunicazione, dove ha imparato ad amare il greco – è un appassionato lettore dei vangeli nella loro forma originale – e le lingue in genere, non ultimo il proprio dialetto brianzolo. Ha poi recitato, all’età di 19 anni, il suo primo “Addio ai monti” per trasferirsi presso il Seminario ambrosiano di Seveso, ex convento domenicano e luogo in cui Carino da Balsamo col suo falcastro dava la morte a S. Pietro primo martire domenicano. Discernendo poi una chiamata più speciale, è entrato nell’Ordine dei predicatori. Ha emesso la sua prima professione religiosa il 3 settembre 2016 e frequenta il triennio filosofico.