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È finito da tempo l’anno della misericordia, ma sembra che per molti non sia mai nemmeno iniziato. Sono i fatti a dircelo, quelli che riempiono le prime pagine dei giornali e quelli che sono confinati in un trafiletto. Se è vero, e io ne sono convinto, che storie piccole possono raccontare storie grandi, davvero non c’è che l’imbarazzo della scelta: spesso nel mio lavoro di  giornalista mi sono sentito chiedere perché i giornali diano così poco spazio alle cosiddette buone notizie: nel corso degli anni ho cercato di rispondere in maniera più o meno adeguata, ma senza mai riuscire, a giudicare dalle reazioni, ad essere del tutto convincente: prima di tutto, rispondevo che quello che fa notizia è qualcosa che è fuori dalla norma, qualcosa che non è usuale.

Senza andare a finire nella solita banalità dell’uomo che morde il cane, vuol dire che è uno strappo. E, per quanto le azioni e i fatti positivi vanno assolutamente raccontati, voglio sperare che siano sempre la regola e non l’eccezione. Per cui, spesso il compito del giornalista è guardare in faccia al male e raccontarlo. Voi mi direte: ma che c’entra la misericordia con questo? C’entra eccome, perché il giornalismo spesso induce in tentazione. Quale? Quella di ragionare sulle “storie” più che sulle persone, quella di pensare al proprio mestiere come una sfida: essere più bravi dei colleghi, avere il dettaglio in più, avere lo scoop senza pensare troppo che, scrivere un nome su un giornale, a volte è come scrivere una sentenza e, in certi casi, è una sentenza durissima. Un giornalismo senza misericordia può diventare un vero e proprio ‘carcere a vita’ sociale. Una redenzione o quantomeno una fine della pena? Mai, come si trova scritto sui fascicoli dei condannati all’ergastolo.

Quante volte io, con i miei colleghi ci siamo chiesti dove fosse giusto arrivare: dietro banalità come “al lettore interessa”, salvo che abbiamo noi giornalisti la presunzione di decidere cosa interessa al lettore, quante volte capita di andare oltre l’informazione necessaria? Di aggiungere dettagli che potevano essere risparmiati e che aggiungono dolore al dolore? Se ripenso agli anni passati come cronista di nera e giudiziaria, a volte penso che le cose migliori sono quelle che non ho scritto, che sono stato capace di non buttare la vita degli altri sulla tastiera del mio computer senza pensare: che cosa penserebbero i miei cari se questo articolo parlasse di me? Non dico che non ho mai sbagliato. Fare il cronista è un mestiere così delicato che è quasi impossibile non avere scrupoli di coscienza: certamente qualche danno l’ho combinato anch’io ed è per me un peso doloroso.

Forse sarei stato un cronista migliore se avessi avuto ancora più misericordia, se non avessi anch’io accettato, in parte, questo sistema, se avessi pensato di più e se avessi pregato di più prima di mettermi a scrivere.

Ma anche i giornalisti hanno bisogno di misericordia: fanno un mestiere importante e difficile. La maggior parte di loro cerca di farlo bene, onestamente, con più o meno capacità o fortuna, ma bene. Sbagliano, a volte anche in maniera grave, a volte tradiscono la verità che è la prima di tutte le carità, a volte sono infedeli o peggio; ma sono anche generosi, in certi casi eroici perché credono che con il loro lavoro possono fare del bene. E se la misericordia, non a parole, ma con i fatti, ci abitasse davvero nel cuore sarebbe possibile fare molto ancora…


La foto dell’articolo è sotto licenza creative commons (BY-NC-SA), ed un montaggio di vari autori:
“Gun” di Dmitriy;
“Montblanc Fountain Pens” di Parham S;
“Newspaper” di Luc De Leeuw.

fr. Giovanni Ruotolo
Domenicano, genoano, torinese di nascita, giornalista. Dopo studi (poco amati) di giurisprudenza e oltre vent’anni di giornalismo, studio filosofia, coltivo piante aromatiche e peperoncini. Nel tempo libero cerco di leggere e ascoltare qualcosa di buono, sono appassionato di basket e ogni tanto ci gioco pure. Il mio luogo del cuore è Genova, quello che vorrei vedere è la Scozia, in modo particolare le Highlands.